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Pettorazza

Pettorazza

  Origini di Pettorazza
 
Ricerca eseguita dalla classe II Scuola Media D. Alighieri di Pettorazza Grimani (RO) 
coordinata dall’insegnante Marzolla Prof. Francesca

Anno scolastico 2000/2001

In passato si diceva che, alla sinistra dell’Adige, sul confine fra il territorio padovano e veneziano, sorgesse una torre grande e goffa, il cui accrescitivo di torrazza sia all’origine dell’odierno toponimo del paese.
I marinai che vi giungevano e la popolazione locale, per meglio precisare tale luogo, forse, dall’esclamazione: - Andiamo ai piedi della torrazza – in dialetto -Andemo a pe’ de la torrassa – abbiano coniugato il vocabolo “Petorrassa” che, modificandosi foneticamente nel tempo, ha assunto la denominazione finale di “Pettorazza”.
Infatti, nelle vecchie carte topografiche anteriori al 1782, il nome si trovava scritto con una “t” e due “r”.
Probabilmente i Terrazzani, per sfuggire alla canzonatura dei forestieri che avrebbero potuto canzonarli con il nome di “razza di peti”, modificarono il toponimo rendendolo più italianizzato.
Da una memoria manoscritta trovata in un vecchio archivio, senza data e firma, estesa la più parte in latino, circa due secoli prima, si dice che la Pettorazza a destra dell’Adige si chiamasse con altro nome, cioè quello di Ca’ Grimani, mentre prima ancora, nel 1500, con quello di San Giovanni.
La denominazione attuale di Pettorazza è pervenuta posteriormente allorquando nel XVI secolo fu costruita la chiesa di S.Salvatore, demolita poi nel 1889, distinguendola in Pettorazza Nuova alla destra del fiume da quella a sinistra, la Papafava, chiamata Pettorazza Vecchia.
E’ molto probabile che i due borghi si trovassero di fronte, ma separati dal fiume.
Sembra quindi ritenersi certo che Pettorazza Vecchia (Papafava), ben più antica, abbia imposto il proprio nome all’altro territorio confinante con l’aggiunta della nobile famiglia dei Grimani.

Lo storico Francesco Antonio Bocchi di Adria ipotizzò che le due Pettorazze prima del taglio dell’Adige del 1782/83 si trovassero entrambe a sinistra del fiume; se questo può essere vero per la Pettorazza Vecchia si deve escluderlo per la Pettorazza Nuova, che fu sempre ed interamente a destra dell’Adige, in territorio veneziano.
Tant’è vero che il Consorzio di S.Giustina per rimediare ai danni causati da una rotta dell’Adige, avvenuta nel XVI secolo, impose ai proprietari consorziati una contribuzione straordinaria.
Fosse stata a sinistra del fiume, il suddetto Consorzio non avrebbe potuto vantare diritti.
Pettorazza Papafava, nel 1782 a sinistra dell’Adige, passò a destra del fiume in giurisdizione civile polesana a seguito della rettifica del corso d’acqua fatta eseguire dalla Repubblica Veneta.
Il comune nasce, nel senso odierno della parola, nel periodo napoleonico, quando Pettorazza fu compresa nell’8° circondario della Repubblica Cisalpina con la legge del 20 ottobre 1801.
Prima era soltanto un piccolo borgo di case di paglia formatosi attorno ad una corte patrizia.
La potente famiglia dei Grimani ne aveva acquistato l’intero territorio ad una delle numerose aste che erano battute a Rialto (VE) a seguito di lavori di bonifica e di regimentazione degli argini effettuati dalla Serenissima.
Alla fine del ‘700 furono eseguite una serie di rettifiche del corso del fiume portando 6/10 del territorio di Papafava alla destra del Adige.
Tra Papafava e Grimani, vale a dire tra padovani e veneziani, non corse mai “buon sangue” al punto che fu necessario stabilire, nella seconda metà del 1300, formali compromessi tra le parti, che rappresentavano tentativi di tregua tra i contendenti dopo liti e continue dispute che si trascinarono per molti decenni fino a quando, nel 1519, fu tracciata una definitiva linea di confine tra Cavarzere e Agna che ne rappresentavano la giurisdizione territoriale delle parrocchie.
Dalla monografia del 1898 di Alessandro Vianello si ricava che la chiesa di Pettorazza Papafava era stata dedicata, all’atto della costruzione, a S. Maria delle Grazie mentre furono i Gattemburg-Morosini, quali proprietari terrieri subentrati ai Grimani, il cui nome è strettamente legato alla storia di Pettorazza, a finanziare la costruzione di una nuova chiesa tra il 1889-1890 che fu dedicata a S. Giuseppe sposo di Maria a seguito della demolizione della chiesa di S. Salvatore ormai pericolante per le continue infiltrazioni prodotte dal fiume.
Quest’ultima chiesa, per la sua vicinanza all’Adige, fu pure demolita per far posto a lavori di potenziamento dell’argine.
Non mancano nella chiesa di S. Giuseppe opere di pregio, in parte provenienti dalla chiesa precedente.
In particolare sono presenti una statua di marmo della Madonna del Rosario di stile canoviano di fine ‘700, un paliotto di marmo di Carrara rappresentante la natività ed alcune tele nelle quali sono dipinti i santi Camillo e Luigi ai piedi del crocifisso, la visitazione di Maria ad Elisabetta e S. Antonio adorante la trasposizione della casa di Loreto; quest’ultima tela riportata alla luminosità dei colori da un recente restauro.
Nella nicchia battesimale è collocata una pregevole testa di marmo di Giovanni Battista.
All’interno della chiesa, nella cappella sono state collocate tre tombe di nobildonne della famiglia Gattemburg-Morosini.
Gli abitanti di Papafava sono devoti ad un bellissimo affresco raffigurante Maria con Gesù Bambino tra le braccia che si trova nel santuario a Lei dedicato a pochi passi dalla riva destra dell’Adige.
Fu ricostruito al termine della seconda guerra mondiale sulle rovine del precedente,in quanto distrutto da un’incursione aerea del 23 aprile 1945.
La dolce e soave immagine di Maria è stata dipinta su un pezzo di muro che fungeva da cippo confinario eretto nel 1519 che stabilì nuovi confini fra la repubblica Veneta e i Carraresi di Padova.
L’affresco venne in seguito ritagliato e posto all’interno di una piccola cappella di legno che diventò subito meta della devozione popolare.
Il volto della Vergine è di una soavità ineffabile, gli occhi sono socchiusi, le mani leggiadre sostengono, o meglio, accarezzano il corpo nudo del bambino.
Su questo affresco si narrano molti eventi miracolosi.
Sotto una tavoletta votiva sta scritto: - Salva per miracolo.
Ricorda il fatto accaduto il 24 luglio 1941 ad una persona del luogo, Furlan Fidelma, molto devota della Madonna.
La donna percorreva in bicicletta la strada in direzione di Adria quando ad un tratto una caduta la fece ritrovare a terra, alle sue spalle sopraggiungeva un cavallo che trainava un pesante carretto.
Cavallo e carretto le passarono sopra, sfiorandole appena le vesti, senza farle alcun male.
Nel momento del pericolo la signora si era affidata alla Madonna stringendo forte una medaglietta che teneva al collo.
Molti altri eventi miracolosi si possono leggere fra le pagine di alcuni libretti dedicati al culto della Madonna delle Grazie.
Il fatto narrato in successione trova conferma nella presenza sull’altare di una spiga d’oro conservata fra gli ex voto.
“La parrocchia di Papafava è solcata da due corsi d’acqua (prima del 1782), l’Adige ed il Gorzone, per questo fatto nella lunga storia, ha dovuto subire parecchie inondazioni.
Tra queste, una resta memorabile per disastrose conseguenze.
Fu attorno al 1600, numerose abitazioni furono spazzate via dalla furia delle acque e la stessa chiesa subì gravissimi danni.
Si era ai primi di giugno e già biondeggiavano nei campi le messi mature.
Un colono, atterrito dalla violenza delle acque, si rivolse appassionatamente alla Madonna e le promise che, se avesse salvato il raccolto ormai maturo, avrebbe offerto al suo altare una spiga d’oro.
Il grano nei campi rimase miracolosamente intatto ed il colono mantenne fede alla promessa del voto.”
Il parroco Don Emilio Lanza (bombardamento aereo del 23/04/45) la lasciato appassionanti dichiarazioni.
“Credendo di morire sotto le macerie del Santuario bombardato invocò l’aiuto della Vergine e riportò in seguito al miracolo questa testimonianza: ”Dovere di riconoscenza e di gratitudine a Maria Santissima mi muove ora dire quanto è successo a me in quel giorno memorando del bombardamento.
Seduto al mio tavolo di lavoro stavo scrivendo.
Erano le due pomeridiane.
Improvvisamente sentii il fragore di una bomba molto vicina e in pari tempo, per lo spostamento d’aria, mi sentii trasportare leggermente sotto l’armadio dei registri canonici che mi caddero addosso.
Stavo tutto rannicchiato lì sotto; sentii cadere un’altra bomba e poi un’altra ancora, anche queste molto vicine, mentre sulle mie spalle caddero prima i registri e poi le macerie, trattenute queste dall’armadio e dai travi che mi fecero da protezione.
Chiami inutilmente aiuto, ero sepolto.
Il primo pensiero fu di raccomandarmi l’anima a Dio, dopodiché con una calma meravigliosa, mi guardai intorno e, mentre tutto era buio, mi accorsi di un piccolo spiraglio di luce che usciva sopra il mio capo.
Ebbi un raggio di speranza e subito con tutti gli sforzi tentai di scappare per quel piccolo foro dove proveniva la luce.
Tutto sdrucito nella veste, tutto ammaccato nella persona, finalmente ci riuscii e potei rifugiarmi in sagrestia sotto un uscio.
Che cosa vidi?
Sentii scoppiare vicino altre tre bombe, vidi cadere il tetto della chiesa, poi il soffitto e poi gli altari, i finestroni ed altre cose, mentre un denso polverone mi chiudeva gli occhi, la gola ed i proiettili mi fischiavano attorno.
La porta artistica in noce, che era vicino a me, la trovai poi tutta in frantumi, sul pavimento della sagrestia, me ne accorsi poi che erano precipitate le macerie ed io sempre incolume, neppure la più piccola scalfittura.
Passata così la seconda ondata di aerei e tornato un po’ di silenzio, in due salti, con agilità fenomenale ed a me certamente insolita, mi trovai alla porta maggiore, dopo aver sorvolato per lungo tutta la chiesa e le macerie e di là, corsi in mezzo alla campagna a mettermi in salvo.
Qui mi aspettavano tanti miei parrocchiani, tra i quali alcuni feriti, nascosti nel frumento o al riparo degli alberi per difendersi dagli apparecchi che continuavano a vomitar fuoco per circa due ore sopra il paese e vicino a noi.
Trovammo poi scheggiati gli alberi, stroncate le viti e noi …….illesi; abbiamo visto la mano di Maria che ci aveva benedetti.
Ne sia lode a Maria che in un frangente così grave, aveva protetto il nostro piccolo paese.
Non ce ne dimenticheremo più.”


Testi consultati:
- Monografia storico statistica di Pettorazza di A.Vianello-1898;
- Atlante polesano;
- Il Gazzettino – ed. del 09/05/91: “Lo sviluppo è legato all’agricoltura”;
- La Madonna delle Grazie di Pettorazza Papafava – a 60 anni dall’incoronazione” di Don A.Mozzato.
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