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Pettorazza

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I GRIMANI

 
Origine e storia della loro Villa

Dalla Lombardia sui primordi del secolo VIII, la famiglia Grimani passò a stabilirsi a Vicenza e più tardi si trapiantò a Venezia.
Molti furono capitani, ambasciatori savi di terra ferma, senatori, procuratori di S.Marco, sopracomiti, censori, generali e provveditori.
Tre di essi salirono al trono ducale.
Antonio nel 1521, Marino nel 1595 e Pietro nel 1741.
Inoltre, questa casa ebbe tre cardinali, uno dei quali, Vincenzo, fu nominato nel 1708 da Carlo III re di Spagna, viceré capitano generale del regno di Napoli.
L’8 febbraio 1819, i Grimani furono innalzati alla dignità di conti dell’impero austriaco.


Ex Palazzo Municipale all'interno della
Villa Grimani

Essi arrivarono nel Polesine nella seconda metà del 1500 (dizionario storico blasonico delle famiglie nobili e notabili, italiane estinte e fiorenti; G.B. Crollanzo – Arnaldo Forno Editore).
Si fermarono nell’attuale Pettorazza Grimani (S. Giovanni) dove costruirono il primo nucleo dell’omonima villa.
La versione definitiva di tutto il complesso va collocata nel tardo ‘700.
In seguito al declino della Repubblica Veneta e conseguentemente della famiglia Grimani, nel 1800 circa, il complesso è passato alla famiglia Gattemburg – Morosini.
L’intero complesso è situato nel vecchio ingresso del Paese, sotto l’argine dell’Adige.
Il palazzo Grimani e detto anche “dei caminetti”, in quanto ve n’è uno in ogni stanza.
La casa padronale, i granai, la stalla e la barchessa chiudono un ampio quadrilatero, formando un grandioso complesso rurale che si estende su una superficie complessiva di circa due ettari.
Fino a vent’anni fa era proprietà della Famiglia Boschetto, che l’aveva acquistata intorno al 1920 dall’agenzia immobiliare Folchi che a sua volta l’aveva rilevata dai Gattemburg-Morosini.
Ora appartiene ad Emma Ricciuti (da Atlante Polesano).

STRUTTURA DELL’EDIFICIO

Il palazzo non si distingue per particolari architettonici, ma emerge per la sua compattezza dei volumi creando un unicum organico, nel suo genere, di rara bellezza.
Nel cortile si trovano due vere da pozzo di marmo; nella prima, di epoca gotica, è scolpito uno stemma con sei fiori e le iniziali A.L. ; la seconda, costituiva il mezzo utile a garantire l’approvvigionamento idrico.
Le costruzioni della corte sono disposte intorno ad una grande aia di mattoni.
Qui la forma della villa Veneta si è fatta influenzare , più che altrove, dalle esigenze della tenuta agricola a cui faceva e fa capo la corte Grimani – Ricciuti.
Vicino alla villa, un vecchio edificio sede municipale e datato 1805 .
Sulla torretta di quest’ultimo resti di un orologio i cui ingranaggi di legno sono ormai quasi tutti dispersi (da “La provincia di Rovigo “ , a cura di B.Gabbiani, ed. Marsilio).
L’esteso complesso agricolo risulta composto dalla casa padronale, da due grandiosi rustici adibiti a granai che ne delimitano a nord-est la corte, dalle scuderie con la stalla a sud-est e dalla residenza per salariati a nord (da Ville Venete).
All’interno del complesso, un primo edificio risalente al 1700 ospita, nella parte seminterrata, grandi cantine dalle enormi botti di legni ed altre più recenti in cemento.


Stemma dei Grimani sul granaio

LA CASA PADRONALE

La costruzione della villa padronale risale al XVI secolo.
Essa fu edificata per volontà della nobile famiglia veneziana del Grimani.
Si trovano tracce della costruzione in una carta datata 20 maggio 1687, conservata presso l’Archivio di Stato di Venezia, che mostra un progetto di deviazione del corso del fiume Adige.
Un’altra carta conservata presso la stessa sede e riguardante in nuovo percorso del fiume, dopo l’esecuzione del progettato taglio, riporta la facciata del palazzo stesso (relazione del consorzio di comparto).
Il corpo padronale risulta formato da in unico blocco, sviluppato su tre piani più un sottotetto che è illuminato da aperture ovali piuttosto rade rispetto alle finestre sottostanti.
Esiste ancora traccia di un’antica meridiana posta su una delle canne fumarie sul lato sud del palazzo.
L’edificio non presenta elementi architettonici rilevanti ad eccezione di alcuni camini aggettanti e di un cornicione sottotetto.
La facciata del palazzo era affrescata con disegni con caratteristiche tzigane; il rifacimento dell’intero intonaco del palazzo ne ha cancellato le tracce che fino a pochi anni fa si potevano ancora vedere.
La terrazza e la balaustra segnano l’ingresso mostrando però caratteri chiaramente posteriori a quelli dell’edificio (da ville venete).  


Meridiana, non più esistente, sita sul
Palazzo Padronale

Un antico arazzo in seta (proprietà Lamberti) riproduce l’originaria struttura del complesso nel 1830.
Dalla riproduzione artistica si può notare la modifica apportata alla facciata principale (da ovest a sud) e la scomparsa di una torre che era situata all’interno della vasta aia.
Di quest’ultima rimane una testimonianza fotografica riprodotta in una cartolina postale del 1926.
LA BARCHESSA A NORD

Sul lato settentrionale della corte, è disposta una barchessa che si sviluppa su tre piani, con tetto a padiglione.
In posizione centrale è fissato lo stemma della famiglia Gattemburg.
Ad est sono visibili quattro bianche colonne in pietra d’Istria che rimangono gli unici resti di un fabbricato adibito ad essiccatoio ed ora completamente demolito.
Di forma rotonda con diametro interno di metri 7, aveva una camera di essiccamento circolare alta 70 centimetri.
Sul tetto due grandi fori per l’attrazione dell’aria forzata che un ventilatore trasmetteva alla camera di essiccazione dopo essere stata riscaldata da un fornello alimentato a carbone coke.
All’interno della camera, sopra una rete metallica sostenuta da cavalletti metallici, uno strato di 25 centimetri di granoturco, pari a 300 ettolitri, era essiccato incirca due ore.
La temperatura normale di essiccazione era di 60°, ma poteva salire fino a 80° per un lavoro più veloce.
La costruzione di tale opera fu indispensabile e necessaria in modo particolare per quegli autunni umidi e piovosi che non rendevano agevole l’essiccazione del grano sull’aia.
Le granaglie, dopo l’essiccazione, erano trasportate ai mulini natanti per la macinazione.
Successivamente l’essiccatoio fu trasformato in un forno.

Dietro l’essiccatoio c’era la chiesa di S.Salvatore, la quale fu demolita nel 1889 a causa di continue infiltrazioni d’acqua.
Parte della pavimentazione di marmo proveniente dalla demolizione, è stata utilizzata nell’ampliamento dell’aia in mattoni.
Sempre in questa costruzione vi sono spazi adibiti ad officina all’interno dei quali si trovano alcuni macchinari d’inizio secolo come un tornio a puleggia ed un trapano a colonna. A fianco si trova il locale fucina con antichi attrezzi di lavoro che servivano al carradore, al fabbro ed al maniscalco.
IL PARADISO

IL “Paradiso”, vale a dire il granaio che sorge sul lato opposto al palazzo padronale, è una caratteristica costruzione sorretta da 16 eleganti colonne doriche in pietra d’Istria.
E’ certamente il più originale degli edifici.
Non è dato a sapere chi abbia progettato quest’immobile; sono invece note le modalità di trasporto delle colonne, le quali sembra provenissero da una demolita villa dei Morosini a Venezia e che siano giunte a Pettorazza (S.Giovanni) per via fluviale.
Trasportate dalle antiche imbarcazioni dette “burchielli”, risalivano la corrente del fiume Adige a colpi di remi (da “Corte Grimani” di L.Segantin).
Le scale di questo granaio, dapprima ripide poi sempre più dolci, conducono ad un enorme locale, detto Paradiso in quanto i braccianti saliti all’ultimo piano, tirando un sospiro di sollievo, si liberavano dei pesanti sacchi di grano da un quintale che avevano portato sulle spalle dopo aver salito innumerevoli gradini; e questo per molte ore al giorno.
Molti sono i graffiti tracciati sui muri che testimoniano il duro lavoro quotidiano dei braccianti e allo stesso tempo rimane grande il senso di religiosità ed il timore reverenziale nei confronti del divino che questi uomini esprimevano, attraverso la semplice cultura 
Di particolare pregio architettonico è il sistema di capriate che sostiene il tetto di questo granaio.
Lunghe travi lavorate ad incastro a coda di rondine offrono un mirabile colpo d’occhio. contadina che possedevano.
La vastità dell’area ha imposto un laborioso impegno di carpenteria: la trama del tetto a travi inclinate (puntoni), orizzontali (catene) e verticali (ometti) è perfetta.
Il volume complessivo dei due granai è di circa 28.000 metri cubi.
L’intera capacità di questi granai era interamente utilizzata per l’ammasso dei cereali.
Rilevante, a seguito di questa volumetria e del peso riposto, è la notevole elasticità della pavimentazione che risulta facilmente percepibile al semplice calpestio.

La corte Grimani è stata uno dei più grandiosi complessi rurali del Veneto.
Ancora oggi rimane punto importante di riferimento per le attività agricole di questo territorio.
Durante il periodo bellico 1939/45 ha ospitato un comando logistico tedesco attrezzato ad ospedale per la cura degli animali provenienti dal fronte.
Il grande complesso agricolo ha perso, con l’avvento dell’industrializzazione dell’agricoltura, la sua centralità economica, produttiva e sociale.
Nel 1998 il Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali, riconosciuto il valore storico ed artistico di questo sito, lo ha sottoposto ai vincoli di tutela monumentale ai sensi della legge 01/06/1939 n.1089.

Testi consultati:
- “la Provincia di Rovigo” a cura di G. Gabbiani - ed. Marsilio;
- “dizionario Storico Blasonico delle famiglie nobili…”G.B. Crollanzo - ed.Arnoldo Forno;
- “Corte Grimani” di L. Segantin;
- “Atlante Polesano”;
- interviste varie.

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